Masmoudi. Parte II

Il Masmoudi è un ritmo della musica Andalusi (in arabo, infatti, la musica classica andalusa è chiamata ṭarab andalusi) di cui si può leggere qualcosa nel post precedente. La musica Andalusi, il cui capostipite è Ziryab, è stata poi contaminata da un approccio occidentale grazie al filosofo, compositore e poeta  Ibn Bajjah nel 1139 d.C, e da allora, si diffuse in tutto il Nord Africa, soprattutto in Marocco, a cui oggi risulta associata. Diversi stili dello stesso ceppo musicale Andalusi li troviamo in altri Paesi del Nord Africa, come Libia, Algeria e Tunisia [1].

Ecco perchè il Masmoudi, alla fine, è un ritmo molto utilizzato in tutta la musica del Nord Africa, pure in quella egiziana.

Il trigramma ci dice che la misura corrisponde a otto quarti, misura che conferisce al ritmo un ampio respiro, una larghezza sacra e vaporosa. E’ un ritmo elegante, caratterizzato da tre dum iniziali che occupano ciascuno un quarto di battuta, e che aiutano chi danza a incominciare con un’apertura di grande solennità.

8/4 è una misura molto lunga: non è possibile eseguire con la stessa intensità ogni pulsazione ritmica e sta quindi al gusto della ballerina e soprattutto alla frase melodica che segue, distinguere i giusti momenti di pathos [2].

La versione che trovate scritta è detta Masmoudi Kebir (cioè Grande Masmoudi, o anche Three Dum Masmoudi), ma esistono alcune variazioni, come il Masmoudi Kabir (cioè Piccolo Masmoudi, chiamato Two Dum Masmoudi).

Lamma Bada è un famosissimo pezzo Andalusi, che ben si presta a una coreografia evocativa. La prima versione è più classica, mentre quella contemporanea è cantata da Natacha Atlas.

Bibliografia:

[1] Andalusian Classical Music, English Wikipedia

[2] Lezioni presso ASD L’Aura

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Masmoudi. Parte I

Torniamo, per un momento, all’etimo della parola flamenco, con riferimento all’interpretazione di Blas Infante secondo cui “flamenco” deriverebbe dalla contrazione dei termini fellah e mengu, termini di origine araba con cui ci si riferisce a una remota fuga di contadini. Ma di quali contadini sta parlando?

L’episodio a cui si fa riferimento è l’espulsione degli arabi da quello che allora era uno stato medioevale del sud della penisola iberica: lo stato di Al-Andalus (anche questa è una parola araba). Fellah (contadino) mengu (fuga) sono termini che, secondo Blas Infante, indicherebbero i Moriscos, i musulmani andalusi stanziati in Spagna e forzati a lasciarla in seguito alla repressione anti-islamica del 1609. Poichè a seguito dell’espulsione si registrò un improvviso calo dei coltivatori oltre all’ovvio allontanamento degli arabi verso il Nord-Africa e i territori ottomani (Istanbul specialmente), ci si riferisce al popolo arabo con il termine fellah, contadino. E, in questa fuga, riposerebbero le radici della celebre danza spagnola.

Prima, invece (cioè prima dell’esodo), la Spagna meridionale aveva conosciuto la dominazione islamica, che coprì il periodo tra il secolo VIII (700 d.C) e XV (1500 d. C). Durante il primo periodo dell’insediamento musulmano, conosciuto come Califfato di Cordova, lo sviluppo dei commerci e della cultura fu anch’esso centrale. La Moschea di Cordova venne realizzata in quel periodo, ma è solo uno degli esempi della grandiosità delle opere che fiorirono allora, tant’è che il Califfato di Cordova è stato considerato l’apice della presenza araba nella penisola iberica e polo culturale nell’Occidente Medioevale di quel tempo.

Mosque Cordova

Moschea di Cordova

Tutti i califfi di Cordova erano membri della dinastia degli Omayyadi e, fra i primi membri della dinastia che governarono, incontriamo un profondo amante della poesia: Abd al-Raḥmān II. Si dedicò dall’822 all’852 ad abbellire la sua capitale, che divenne centro di arte e scienza dell’Europa Occidentale. Venne aiutato da quattro personalità principali, tutte poliedriche, perchè in quell’epoca chi si interessava di chimica, musica, poesia, cosmologia, moda, botanica, geografia, strategia, astronomia e canto… era la stessa persona.

Ziryab, uno dei quattro collaboratori di Abd al-Raḥmān II, era tutto questo.

Il Giardino di Ziryab

Il Giardino di Ziryab

Originario di Baghdad, allievo di Isḥāq al-Mawsilī che, geloso della sua bravura, l’aveva costretto a lasciare l’Oriente, Ziryāb, una volta approdato in Spagna, conquistò l’amicizia dell’Emiro e qui divenne re del buon gusto.

Ziryāb, oltre a essere stato uno dei depositari della cultura scientifica dell’epoca, è ritenuto non solo l’inventore del plettro, ma anche il padre della musica arabo-andalusa. Di cui il Masmoudi, di cui parleremo nel prossimo post, è uno dei ritmi più rappresentativi. Ecco perchè il Masmoudi ha un sapore antico, e richiama figure di stelle e di fiori nella stessa battuta.

Maqsoum

Ogni ritmo, per quello che so di musica araba (quindi poco), si basa su due suoni principali, il dum e il tak. Il dum e il tak corrispondono a due modi differenti di colpire la membrana dello strumento a percussione. Il mondo arabo è ricchissimo di tamburi, di dimensioni, timbri e nomi diversi, che creano una varietà unica di colori a livello ritmico. I ritmi, quindi, non si distinguono solo per metrica, ma pure per le tonalità caratteristiche dello strumento che li esegue. In ogni caso, comunque, il suono dum corrisponde a un suono grave e basso, ottenuto colpendo il centro, per esempio, della tabla, un piccolo tamburo di origine indiana. Il suono tek, invece, si genera colpendo il bordo, ed è un suono più secco e corto.

Ogni misura o battuta è suddivisa in un numero preciso di pulsazioni che, sommandosi, definiscono il valore temporale della battuta. Il dum e il tak occupano pulsazioni diverse a seconda del ritmo. Quindi, il diverso alternarsi di due soli modi di colpire la membrana definisce la sequenza ritmica che, ripetendosi durante l’esecuzione di ogni battuta, crea un’atmosfera unica.

Non è facile riconoscere i ritmi diversi durante l’ascolto, ma il consiglio delle insegnanti è di individuare i suoni principali (dum e tak), i quali rappresentano i codici di identificazione e di lettura.

Partiamo da un ritmo semplice.

Molto diffuso in tutto il Medio Oriente, e soprattutto in Egitto, il ritmo MAQSOUM deriva dalla radice araba qsm che significa “dividere”. Proprio perchè la cellula ritmica è scandita in due parti dal suono dum.

Viene suonato generalmente in 4/4, perchè la battuta è suddivisa in quattro tempi (valore al numeratore) da un quarto ciascuno (unità di tempo). Le pulsazioni, nel MAQSOUM, valgono 1/8, cioè la metà di ogni unità di tempo, e sono distribuite come indicato nello schema (la nota con la codina vale 1/8). Il dum e il tak occupano posizioni particolari che distinguono inequivocabilmente il ritmo.

Il MAQSOUM viene utilizzato sia nei brani popolari che in quelli classici, proprio perchè molto coinvolgente. Per seguirlo sul trigramma è utile isolare il dum (in prima e in quinta posizione, che è come se dividesse (qsm) la cellula ritmica) e distinguerlo nella melodia.

Fonte: Appunti di danza orientale

Misura e ritmo. Per tutte le musiche che verranno.

Cosa può accadere in un minuto?

Puoi salire le scale, fare una telefonata, spremere un’arancia, addormentarti, preparare il caffè, innamorarti. Può accadere veramente di tutto: la storia più lunga letta nel minuto di un racconto; l’attesa di un minuto lunga secoli. Sembra che un minuto duri in modo diverso a seconda che ci si diverta o che ci annoi, ma una cosa rimane certa. La sua precisa scansione in sessanta secondi rimane invariata. Non uno in più, non uno in meno. Sessanta secondi passeranno, esatti e pacifici, qualsiasi cosa succeda.

Immaginiamo la linea del tempo e dividiamola in una serie di unità, di dimensione a scelta. Devono però essere sempre uguali. La misura – in musica chiamata più spesso battuta – coincide con l’unità scelta.

La battuta contiene una serie di valori che la descrivono numericamente e temporalmente, che si chiamano unità di tempo.

Per esempio, se la nostra battuta coincidesse con un minuto, ogni battuta potrebbe essere descritta da unità di tempo da un secondo ciascuna.  E in ogni battuta troveremmo, alla fine, 60 unità di tempo. Sta al compositore scegliere il valore in cui scandire il minuto. L’unità di tempo può coincidere anche con un valore di 30 secondi – e allora ne troveremmo solo due – e, ancora, la battuta può contenere unità di tempo di valore diverso, certo! L’importante è che ogni battuta del nostro brano sia costituita sempre dallo stesso insieme di unità di tempo.

Bene, cos’è il ritmo?

Il ritmo è costituito da una serie di accenti, che si ripetono periodicamente, e che occupano, secondo un preciso schema, le pulsazioni della battuta. Le pulsazioni della battuta corrispondono spesso alle unità di tempo.

Quindi, per semplificare, ecco diversi ritmi per la nostra battuta – il nostro minuto – in cui l’unità di tempo coincide con un secondo:

  • Ritmo 1: due accenti, un accento ogni 30 secondi;
  • Ritmo 2: quattro accenti, un accento ogni 15 secondi;
  • Ritmo 3: sessanta accenti, uno ogni secondo;

Qualsiasi ritmo venga scelto, se la nostra linea del tempo è suddivisa in battute uguali, gli accenti si ripeteranno in modo regolare, con lo stesso schema in ogni battuta.

Enjoy rythm : )

Fonte: Rythm, Wikipedia

Dum Tek. And the beat goes on

Quando credi di aver ormai esaurito lo spazio a disposizione, averlo esplorato in lungo e in largo, in alto, a terra, ecco che ti insegnano un giro nuovo, una nuova tensione, un modo diverso di allungarsi e credere, per poco, che il corpo non abbia limiti. La danza è una dimensione veramente infinita.

La stessa sera, durante una minuscola tregua, ho pensato a come il corpo debba essere preciso nel leggere la musica orientale. Forse perchè le percussioni sono una componente dominante, nel classico e nel folk, sono quasi ingombranti, e richiedono che il ballerino sia  matematico nell’esecuzione.

Sono il metronomo instancabile, la pulsazione naturale per un organico come per una ballerina. Infatti, mai come in altre danze, è richiesto che la danzatrice conosca i ritmi per poter improvvisare sull’esecuzione del percussionista.

Libri di solfeggio e metronomo ci sono. Qui raccoglierò appunti che, come in ogni degna tradizione numerica, sono stati sempre sudati e sempre saranno preziosi.

Gelsomino. Tra terra e cielo

Recentemente ho letto La poesia della danza del ventre. Come voce dell’archetipo femminile di Ronit Mandel Abrahami.

Confesso: non sono per questo genere di letture, ma sapendo che l’autrice è una coreografa israeliana per cui molte ballerine nutrono una grande stima, ho deciso di acquistarlo e superare le mie rigidità.

L’ho finito, e sono felice di aver trovato quello che in rete rimane superficiale e sfuggente. Dall’altra parte, per buoni tratti, la lettura è quasi mantrica e questo mi ha fatto un po’ arrancare. Sicuramente è una sensazione personale, e forse lo è solo perchè i contenuti di quelle parti più introspettive non rientravano tra gli interessi storiografici che mi avevano spinta a comprarlo.

Diciamo che l’intento di questo post è chiudere in una leggenda araba – leggera leggera – un messaggio che avevo colto solo di traverso durante i cinque anni di studio di danza orientale e che ho capito con questo libro.

La danza orientale, malgrado il filtro orientalista che l’ha fatta conoscere a noi occidentali e che noi stessi occidentali,  a partire dall’epoca vittoriana in poi, abbiamo sostenuto, può essere chiamata anche danza del ventre. Sì, liberamente e serenamente. Perchè, è vero, “potrebbe avere” origini molto antiche. E ci sono alcuni dati storiografici che “sembrano” (sembrano, keep confidentially) associare la danza ai riti di fertilità che, in quei tempi, erano comuni alle diverse civiltà del mediterraneo. Alcuni movimenti presenti tutt’oggi nel vocabolario classico della danza orientale potrebbero essere stati lo sfondo rituale di molte culture.

Diciamo, invece, che “sicuramente” la fertilità è da sempre collegata alla dea dai grandi fianchi e seni prosperosi. Molti furono i nomi attraverso i quali il culto si diffuse lungo il Mediterraneo, trasformandosi in figure di riferimento diverse: Ishtar (Mesopotamia), Iside (Egitto), Neith, Meti, Astarte e Afrodite (Grecia), Cibele, Brigit, Venere. Vero e proprio culto della vita, della natura, per celebrare quel misterioso matrimonio tra la terra aperta all’intervento fecondo del cielo.

Matrimonio tra il pari e il dispari,  tra il divisibile due con l’indivisibile tre. Tant’è che il numero cinque ha simboleggiato nelle tradizioni mediterranee e del Vicino Oriente la fertilità, la Grande Madre dai tanti nomi.

La struttura del fiore della specie più nota in Occidente del gelsomino, il Jasminum officinale, è a cinque petali. Così da sempre il fiore è legato all’amore, e forse è per questo che in Oriente si narra così…

The White Jasmine Branch, painting of ink and color on silk by Chinese artist Zhao Chang, early 12th century

La leggenda racconta che un giorno la madre di tutte le stelle, Kitza, stava preparando nel suo palazzo di nuvole gli abiti d’oro per i suoi figli astri quando giunse un gruppo di stelline che si lagnavano delle loro vesti. “La mia è troppo larga”. “La mia non risplende abbastanza” “La mia non è guarnita di gemme” “Io la vorrei attillata” “Io meno fulgida” Strepitavano confodendo la povera madre. “Bimbe mie, non fate chiasso” pregava Kitza. “Non fatemi perdere tempo. Molte sorelle sono ancora nude e potrebbero ammalarsi”. ma le stelluce capricciose non le davano retta e continuavano a protestare. Finchè passò da quelle parti il re degli spazi, Micar: udendo quel chiasso, entrò nel palazzo. “Che succede qui dentro?”domandò con voce tonante.

Le stelle, spaventate, diventarono sottomesse e docili, ma non poterono nascondere la verità. Allora Micar, sdegnato, urlò: “Poichè siete così egoiste e pretenziose, vi caccio dal firmamento”. Strappò loro gli abiti d’oro e le scagliò come ciottoli nel fango per terra. La madre cadde in un inconolabile dolore: “Mi hai tolto dalle vene molte gocce di sangue, inflessibile Micar. Che mai faranno le mie povere stelle in mezzo al fango? Gli uomini e le bestiole le calesteranno, le umilieranno”.

La signora dei giardini, Bersto, provò pietà per la povera madre. “Kitza” disse “potrei aiutare le tue povere figlie. Le trarrò dal fango trasformandole in fiorellini profumatissimi.”

E’ così che nacquero I gelsomini, le stellucce della terra.

Bibliografia:

“La poesia della danza del ventre. Come voce dell’archetipo femminile”Ronit Mandel Abrahami.

“Florario. Miti, leggende e simboli di fiori e piante”, Alfredo Cattabiani